Pannolini e spannolati

Premessa n.1: non ho mai cambiato un pannolino in vita mia. Credo di avere assistito un paio di volte (neanche troppo da vicino) mentre mio fratello o mia cognata cambiavano la mia nipotina.

Premessa n.2: sono sempre in arretrato con le lavatrici e quando mi decido a farle dovrei avere venti stendini per poter tendere il tutto…

e allora… che cosa mi è saltato in testa di fissarmi con l’utilizzo dei pannolini lavabili? Ho una certa coscienza ecologica, sì, ma non è che sia poi così incredibilmente sviluppata – forse giusto di poco sopra la media nazionale. Eppure, leggendo in giro c’è voluto poco a convincermi che siano la scelta migliore.

foto dal sito www.ecopannoli.it

Innanzitutto, l’idea di produrre tutta quella spazzatura non mi alletta per niente. Buttiamo già così tonnellate di plastica e involucri vari, che davvero non c’è bisogno di trasformare mia figlia da subito in una piccola catastrofe ecologica. E poi il costo. Quanto può venire a costare un pupetto solo in pannolini dalla nascita al vasino? Queste, credo, sono le considerazioni più immediate che tutti fanno, ma ce ne sono altre altrettanto importanti a cui proprio non avevo pensato. Siamo, come al solito, bombardate di pubblicità: nuovi modelli e nuove tecnologie che assicurano un culetto sempre asciutto, morbido e idratato, e con un pacco di pannolini di marca ti convincono che puoi comperare un pezzo di felicità per il tuo bambino. Ma come fanno questi benedetti pannolini a rimanere asciutti a contatto con la pelle anche quando sono zuppi di pipì? Semplice: chimica. Ma siamo sicuri che sia chimica innocua? Le pubblicità non dicono mai che ci sono componenti chimici nei pannolini sempre più super-assorbenti, e che questi componenti possono causare arrossamenti, irritazioni, reazioni allergiche – se non peggio. E poi, se i bimbi effettivamente hanno l’impressione di essere asciutti, impiegheranno molto più tempo ad abituarsi a non farsela addosso – il che, peraltro, è ovviamente nell’interesse di chi produce e vende pannolini…

Quindi, per riassumere:

PRO: i lavabili costano e inquinano meno (molto meno); non irritano la pelle del pupo e sono decisamente più comodi soprattutto nei mesi caldi, essendo di tessuti naturali (come il cotone, la canapa o il bambù); aiutano il bimbo a capire le spiacevoli conseguenze del farsela addosso e di conseguenza portano ad uno spannolamento più veloce e semplice.

foto dal sito www.ecopannoli.it

CONTRO: beh… bisogna lavarli!
Bisogna però tenere conto del fatto che i pannolini lavabili moderni non sono come quelli che usava la nonna e sono decisamente più pratici: gli AIO (“all in one” o “Tutto in Uno”), ad esempio, sono molto simili agli usa e getta, ma anziché finire nella spazzatura finiscono in lavatrice. Inoltre, per eliminare le evacuazioni solide del pupo, esistono pratici veli biodegradabili che possono essere buttati anche nel water.
Un problema decisamente più grande è invece il fatto che se abbiamo intenzione di mandare il bimbo al nido, non sarà facile trovarne uno che accetti i pannolini lavabili… Non sarà facile trovare un nido tanto per cominciare, in realtà, che i posti sono sempre pochissimi!

Esistono comuni in Italia che offrono incentivi all’acquisto e all’utilizzo dei pannolini lavabili, e le sperimentazioni non sono poche – nessuna qui da me, purtroppo… Dovrei provare a contattare io qualcuno in comune…

"Senza Pannolino" di Laurie Boucke

Ma la “nuova” frontiera della lotta la pannolino inquinante si spinge ben oltre. Gli Americani, si sa, adorano sigle e acronimi, ed ecco quindi che si parla di EC, ovvero Elimination Communication, o di IPT, ovvero Infant Potty Training.

In sostanza, l’idea fondamentale è che i bimbi anche molto piccoli comunicano la necessità di evacuare così come comunicano tutte le altre loro necessità e che con un po’ di pazienza e costanza è possibilissimo fargliela fare da subito in vasini, catini, WC o altro. Il genitore medio Italiano (per non parlare della suocera) penserà che si tratti di follia, ma io ho vissuto per anni in Cina, e là i bimbi piccoli non portano pannolini (se non saltuariamente nelle città), ma pantaloni con un buco tattico che permette a genitori, nonni, parenti o tate di accovacciarsi reggendo il pupo in posizione comoda per farlo evacuare. In Cina – così come in molti altri paesi – funziona da sempre, e i bambini imparano ad usare il vasino autonomamente molto presto. A intervalli regolari, o quando il bambino sembra richiederlo, chi si occupa di lui si mette giù con pazienza, e lo stimola con suoni e parole a “produrre”. Sottolineo che ci vuole pazienza, ma è davvero più complicato che cercare di annusare il sederino pannolinato per capire se il pargolo ha fatto pupù?

In fondo non si tratta di altro che mettersi in sintonia con i bisogni del proprio frugolino: capire quando ha fame, quando ha sonno, quando gli scappa, e rispondere in maniera adeguata alle sue necessità. Non è poi questo il compito principale di noi genitori? Si tratta di empatia, e credo sia di sicuro un bene allenarsi da subito ad essere empatici con i propri figli.

E’ anche vero che in Cina i bimbi sono seguiti costantemente da qualcuno in casa che è più che abituato a questo metodo… Come fare invece a casa nostra, tra inesperienza, confusione, scarso tempo a disposizione, il lavoro, le aspettative che ci sentiamo addosso? Non lo so… io personalmente credo proverò un misto creativo di metodo Cinese, pannolini lavabili ed usa e getta ecologici per i viaggi, e poi con calma vedrò come va.

Certo che lasciare la mia piccina col culetto all’aria in estate non mi dispiacerebbe affatto…

Author: admin

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