Genitori modello?

Va bene che ci raccontano sempre di come si stava meglio prima, e qui era tutta campagna, e non ci sono più le mezze stagioni, però trovarmi a leggere che per trovare i genitori perfetti bisogna andare indietro fino agli uomini delle caverne… be’, mi sembra un pochino esagerato.

Qualche tempo fa mi sono imbattuta per caso in questo articolo su La Stampa online: Il genitore perfetto? Si ispiri a Neanderthal. Neanderthal? Ma non era quel periodo tipo “uomo con clava trascina donna per capelli”? Forse no. Secondo la dott.ssa Darcia F. Narvaez, professore associato del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Notre Dame, prestigiosa università cattolica in Indiana, la famiglia cavernicola era invece l’ideale per crescere figli emotivamente stabili, compassionevoli e felici.
Le ricerche della dott.sa Narvaez si focalizzano sullo sviluppo delle capacità morali nei bambini. “La gente tende a pensare che le persone nascano buone o cattive, piuttosto che realizzare che si sviluppano e cambiano”, dice. Tre ricerche da lei dirette mostrerebbero che le radici della moralità si formano nell’infanzia, ma che le moderne pratiche di accudimento di neonati e bambini stanno sempre più privandoli proprio di ciò che li condurrebbe alla felicità e ad un giusto senso della morale.
Per circa il 99% della nostra storia umana, siamo stati tribù di cacciatori-raccoglitori. I dati riguardanti questi nostri antenati del Pleistocene sono talvolta confusi, ma i ricercatori ritengono che si trattasse di tribù per lo più pacifiche, generose e cooperative. Gli antropologi hanno anche studiato tribù contemporanee che vivono e crescono i loro figli in maniera analoga (o ritenuta tale) ai nostri antenati più antichi, e hanno notato simili caratteristiche di non violenza ed empatia: secondo l’antropologo Douglas Fry è solo con lo svilupparsi di società più complesse che queste caratteristiche si sgretolano e cominciano violenze e guerre.

In quale modo però i genitori del Pleistocene erano migliori dei moderni? La dott.sa Narvaez indica sei punti principali:
1. Parto naturale – che aiuta la madre a produrre gli ormoni che le daranno energia ulteriore per occuparsi del nuovo arrivato.
2. Contatto fisico positivo – i nostri progenitori portavano in braccio i bambini per la maggior parte del tempo. Solo raramente venivano lasciati a terra e il contatto fisico con la madre era quasi continuo, anche di notte, dal momento che i piccoli dormivano con i genitori.
3. Risposta immediata ai pianti e ai lamenti dei piccoli – nessun timore di “viziare” i figli, le loro esigenze venivano immediatamente riconosciute e spesso anticipate, impedendo così che i neonati si agitassero e che il loro cervello fosse invaso da tossine.
4. Allattamento prolungato al seno – non pochi mesi, ma fino a tra i due e i cinque anni. Il sistema immunitario non è completamente formato prima dei sei anni, e il latte materno fornisce gli elementi di base per il suo sviluppo.
5. Cura di adulti diversi oltre a mamma e papà.
6. Gioco libero con bambini di età diverse.

Oggi invece? Tanto per cominciare i parti cesarei sembrano essere in continuo aumento un po’ dappertutto, al punto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato una campagna di informazione sui rischi connessi a questa operazione. In troppi ospedali, poi, ancora oggi i nuovi nati vengono tenuti  in culle di plastica nel nido – come tanti pesciolini in un acquario – e vengono portati alle mamme solo per le poppate. Appena venuti al mondo, anziché essere rassicurati dal calore e dal movimento della mamma, vengono allontanati e isolati. Per fortuna molti altri ospedali, invece, seguono le indicazioni di OMS e UNICEF e propongono il rooming-in, ovvero la possibilità per i neonati di stare in camera con la mamma 24 ore su 24.

Io e la mia piccola siamo state fortunate: nell’ospedale della mia città il rooming-in è pratica standard, e ho così potuto godermi la vicinanza della mia bimba, vederla dormire, toccarla, farle sentire la mia voce. Avrei voluto prenderla e tenermela addosso, pelle su pelle, come quando era appena nata e me l’hanno appoggiata al seno per farla attaccare – ma l’aria condizionata era eccessiva e non regolabile (felpa a luglio, ridicolo…), e avevo un po’ paura di addormentarmi con lei in braccio e rischiare di farle male. Quando finalmente l’ho riportata a casa, non so quante volte mi sono sentita ripetere di non tenerla troppo in braccio, che se si abituava ad addormentarsi così poi sarebbe stata davvero dura quando avesse cominciato a pesare dieci chili e più. Sembrava che tutti avessero pronta almeno una storia di un’amica, cugina, sorella o collega disperata perché aveva ceduto ai pianti delle prime settimane e aveva fatto prendere cattive abitudini al proprio piccolino.

Ricordo addirittura che mio marito la sera voleva tanto accoccolarsi sul divano con la bimba in braccio ma quasi non osava, temendo di “far male”. Prendila in braccio quanto vuoi, dicevo io, non mi sembrava avesse alcun senso negarci il piacere di toccare e coccolare la nostra topolina. I nostri antenati portavano i bambini, come ancora oggi fanno molte popolazioni in tutto il mondo e come piano piano sta diventando un po’ di moda anche nel mondo occidentale. Un’altra pratica comune in molte culture ma abbandonata se non da una piccola ma significativa minoranza è quella del co-sleeping: il piccolo non dorme in una culla in un’altra stanza, ma vicino ai genitori, nel letto con loro oppure nelle immediate vicinanze. Esistono peraltro sul mercato delle bellissime culle “sidecar” fatte apposta, che si agganciano al letto dei genitori – se le avessi viste prima ci avrei fatto un pensierino… – comode per lasciare al pupo il suo spazio senza tenerlo lontano dal calore dei genitori. La vicinanza è pratica per la mamma che allatta, che anziché alzarsi può semplicemente spostare il piccolo accanto a sè per nutrirlo, ma ha anche una grande valenza di “istruzione” per il neonato, che secondo la dott.ssa Narvaez  impara proprio dal dormire accanto ai genitori a regolare il proprio respiro, frequenza cardiaca e temperatura corporea – riducendo (sempre secondo la dott.ssa Narvaez) il rischio di SIDS (Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante). Il contatto fisico positivo, la disponibilità e il calore con cui i genitori rispondono alle esigenze del neonato favoriscono lo sviluppo di una personalità positiva ed empatica, del pensiero morale e di comportamenti prosociali.

In realtà queste affermazioni riguardo all’importanza del contatto per una sana crescita psicofisica non sono una novità. Ricordo di avere visto molti anni fa (almeno venti, probabilmente di più) un documentario che mostrava un esperimento su alcune scimmie che venivano cresciute in cattività lontano dalla madre. Una era completamente isolata, ad un’altra veniva offerta una sorta di madre surrogata (un fantoccio imbottito) a cui potesse aggrapparsi. La prima scimmia era divenuta apatica, aggressiva e incapace di interagire con i propri simili o di essere una buona madre per i propri piccoli, mentre la seconda era vivace, giocosa, ed una madre attenta ed affettuosa. Cercando su internet sono riuscita a trovare dettagli più precisi dei miei vaghi ricordi: l’esperimento – un po’ sadico, a dire il vero – può essere visto su You Tube e fu condotto dallo psicologo Harry Harlow, che nel 1958 pubblicò i suoi risulati nell’articolo The Nature of Love. Come ricordavo io, due gruppi di scimmiette separate dalla madre furono cresciute in cattività: le madri-surrogato erano però due – una metallica ed una morbida ricoperta di stoffa. In un gruppo solo quella metallica forniva cibo, nell’altro solo quella di stoffa: l’esperimento dimostrò che le piccole scimmie si aggrappavano per conforto alla madre di stoffa indipendentemente dal fatto che fornisse o meno cibo, soprattutto quando venivano spaventate da qualcosa. L’esperimento dimostrò che la crescita fisica delle scimmie dei due gruppi era sostanzialmente identica, ma quelle che avevano a disposizione solo una madre metallica avevano problemi di digestione e diarrea: le madri metalliche erano adeguate quanto quelle di stoffa da un punto di vista fisico e funzionale, ma totalmente inadatte da un punto di vista psicologico.
L’importanza di questi esperimenti fu che i loro esiti contraddicevano sia le teorie pedagogiche più diffuse del tempo, che invitavano a limitare o addirittura evitare il contatto fisico, che la dominante scuola psicologica del Comportamentismo. Si riteneva comunemente che il legame madre-figlio fosse soprattutto strumentale, dipendente dalla necessità del piccolo di ricevere cibo: con il suo esperimento Harlow dimostrò che la necessità di contatto fisico è una necessità primaria, e affermò che l’allattamento rafforza il legame madre-figlio soprattutto grazie all’intimità del contatto fisico. Inoltre, asserì anche che il conforto fisico necessario ad un neonato può essere indifferentemente fornito dalla madre o dal padre – un’idea davvero rivoluzionaria al tempo.

Perché il contatto fisico è così importante? La dott.ssa Narvaez afferma che il cervello alla nascita è sviluppato solo per il 25% e nel primo anno di vita raggiunge le dimensioni di quello di un adulto. La mancanza di contatto fisico ha conseguenze fisiologiche, tagliando la produzione di ormoni della crescita e le attività del DNA quando i piccoli sono separati dalla madre. Secondo le ipotesi più recenti nel campo neurobiologico, la stessa maturazione del sistema nervoso appare dipendente dalle prime esperienze relazionali del bambino. Il sistema nervoso dei neonati è “dipendente dall’esperienza”, ovvero genera continuamente nuove sinapsi in risposta a determinate esperienze ambientali. Chi si occupa del bambino diventa una sorta di “regolatore psicobiologico esterno”, che aiuta a costruire il cervello. Alla nascita, il bambino è un ammasso di nervi e sistemi sensoriali, e può facilmente essere scosso o angosciato perché la corteccia non è sviluppata a sufficienza per dargli autocontrollo. Il neonato ha bisogno che la mamma o chi si occupa di lui lo mantenga calmo e tranquillo, così da permettere al sistema nervoso centrale di svilupparsi nel migliore dei modi. Con il maturare del cervello la regolazione esterna diventa interna, e il piccolo impara a trovare conforto da solo e si evita che sviluppi un “cervello stressato” ed impari schemi che portano ad eccessivi sbalzi umorali. Gli studi in merito sono troppo complessi per i miei scarsissimi ricordi della biologia studiata al Liceo, e un po’ mi perdo tra amigdala, ipotalamo e sinapsi, ma la sostanza è chiara:  i rapporti con gli altri hanno un’influenza vitale sul cervello e su tutto il sistema neuroendocrino, che ha un ruolo fondamentale nella capacità di gestire situazioni stressanti o di interagire e formare legami con gli altri.

Una bimba porta un piccolino a Lijiang, Provincia dello Yunnan, Cina

Devo dire che non appena ho finito di leggere i vari articoli (e sono molti) che ho consultato per scrivere fino a qui ho preso la mia piccolina e me la sono portata a spasso nella fascia, parlandole come non riesco a fare quando è nel passeggino e cullandola con la mia andatura. Davvero viene da chiedersi, se come sembra esistono così tanti studi negli ultimi sessant’anni che dimostrano l’importanza di nutrire i nostri piccoli non solo con latte materno ma anche con coccole, disponibilità, contatto fisico e vicinanza, perché tra i libri per i neogenitori continuano ad essere popolari cose come “Fate la nanna” di Eduard Estivill? Ammetto di non averlo mai letto, tutt’altro che ispirata dal metodo del “pianto controllato”: il bambino ha solo il pianto per comunicare le sue esigenze e non potrei neanche per un attimo pensare di ignorare il pianto della mia piccola. Una descrizione molto chiara, per quanto critica, del metodo proposto da Estivill l’ho trovata qui. A onor del vero devo però anche sottolineare che ci sono genitori ex disperati che dicono di essere finalmente tornati a dormire grazie a questo metodo, e se la mia bimba fosse stata meno facile da addormentare dopo mesi di insonnia, chissà, forse anche io sarei stata tentata dal provarlo? … no, leggendo i passi da seguire credo proprio di no.

Tanto contatto fisico positivo, quindi, allattamento prolungato al seno, disponibilità immediata e totale… Cosa vi fa venire in mente? A me, come prima cosa, una mamma che non lavora. O perlomeno, che non lavora fuori casa. E magari pure che ha il supporto di altre mamme – sorelle, amiche, cognate. Il che ci fa venire al punto numero cinque della nostra dottoressa Narvaez: la cura e l’affetto di adulti diversi oltre che dei genitori. In breve, secondo me, un mondo che in pratica qui da noi non esiste più. Un tempo, in effetti, con la famiglia allargata e le comunità di tribù e villaggi, una neomamma non era mai davvero sola. C’era un universo femminile attorno a lei di persone più o meno giovani, più o meno esperte, che avevano già visto nascere decine di bimbi, e molti ne avevano accuditi. Penso anche solo a molte scene che ho visto nelle campagne cinesi, dove sorelline o cuginette di sette/otto anni si occupano di bimbetti che appena camminano. Li portano per mano, a volte li trasportano come fanno le mamme, con fasce o ceste sulla schiena. Io, a quasi quarant’anni, prima di diventare mamma i bimbi piccoli li avevo visti quasi solo in televisione o all’ospedale quando hanno partorito parenti o colleghe, non avevo mai cambiato un pannolino, non avevo idea di come si muovesse o che esigenze avesse un neonato: è stato tutto una scoperta, e la mia “famiglia allargata fonte di consigli” è stata più la rete con i vari blog di mamme che altro… Secondo me, oggi come oggi, la cosa che più si avvicina alla cura di una famiglia allargata è un ottimo asilo nido, dove il piccolo è accudito con attenzione (e spererei anche con affetto) da adulti diversi che deve imparare a conoscere e con cui deve imparare a rapportarsi, e dove gioca e vive in mezzo ad altri bambini di età diverse. E secondo uno studio della Fondazione Agnelli (di cui si parla in questo articolo di Repubblica online) i bimbi che sono andati al nido ottengono in media migliori risultati a scuola in Italiano e Matematica. Ma allora, nido sì o nido no? Basta dare un’occhiata in giro per la rete per vedere che è un dilemma di molti, e che le risposte sono tante quante sono le persone (o gli esperti) che le danno. C’è chi sottolinea l’importanza di socializzare, chi lo stress del distacco dalla mamma, vissuto dal piccolo come un abbandono; chi consiglia di stare con il piccolo almeno fino al compimento di due o tre anni, chi consiglia di scegliere un buon nido con un programma educativo stimolante. Troppi però sembrano dare per scontato che ci sia effettivamente una possibilità di scelta… Il discorso è lungo ed interessante, e forse un giorno mi impegnerò a fare un po’ di ricerca e a scrivere un post dedicato, per il momento mi limito a linkare l’articolo scritto da Serena sul Blog Genitori Crescono, che vale la pena leggere – soprattutto se come me avete deciso si mandare il pupo al nido e tutto sommato vi fa piacere sentire che qualcun altro ha fatto la costra stessa scelta e ne è felice…

Ultimo punto importante preso in considerazione dalla dottoressa Narvaez è il gioco. Nell’articolo “A Nation of Wimps” di Hara Estroff Marano (che ho già citato nel precedente post “Il ruggito della mamma tigre”), la scrittrice sottolinea proprio come la fine del gioco libero sia una delle cause della fragilità dei giovani americani di oggi: oltre quarantamila scuole americane non hanno neanche più l’intervallo e quel poco di gioco rimasto è in realtà sport (competitivo) organizzato dagli adulti ed in cui qualsiasi difficoltà non viene gestita direttamente dai bambini o dai ragazzi, ma giudicata da arbitri adulti. Secondo lo psicologo infantile David Elkind, inoltre, moltissimi giochi usati dai bambini sono spesso pensati dagli adulti per piacere agli adulti, e quando i bambini giocano “alla loro maniera” spesso i genitori si allarmano. E ancora più spesso molti bambini non sanno più giocare: sono cresciuti con un allenatore o insegnante che gli dice dove posizionarsi in campo e cosa fare, con genitori che gli dicono cosa indossare e gli preparano tutto per la scuola (mi viene in mente una mia compagna di Liceo a cui la madre preparava la borsa con i libri del giorno dopo, e mi chiedo se quella che allora era un’eccezione sia ora diventata una regola…), arbitri che gli dicono chi ha vinto e che cosa è corretto e cosa no. Il gioco è invece importantissimo: non solo fa fare movimento, ma aiuta i bambini ad imparare a controllarsi e ad interagire con gli altri. Contrariamente a quanto si crede normalmente, afferma Elkind, non sono solo le attività intellettuali che affinano il cervello, ma la vera agilità cognitiva si sviluppa attraverso il gioco. Studi effettuati su bambini e adulti in tutto il mondo dimostrano come le attività sociali migliorino le capacità intellettuali, stimolando la capacità di prendere decisioni, la memoria, il pensiero e la velocità dei processi mentali. L’interazione con l’ambiente circostante e il gioco – così come il contatto fisico di cui si parlava prima – fanno crescere il cervello e le sinapsi (che sono i collegamentei tra i neuroni): i bambini che giocano sono più felici e più intelligenti, e il gioco con altri è ancora più efficace di quello da soli. Secondo Jean Piaget, quando i bambini giocano assieme i disaccordi, le dispute e i contrasti li portano a cercare nuovi modelli per il loro mondo. Il caos è positivo. La disputa è positiva. E dal momento che i bambini sono sullo stesso livello tra di loro, discutono più animatamente e manifestano il loro disaccordo con più libertà di quando interagiscono con gli adulti. Sistemano le cose attraverso ragionamenti e tentativi di mediazione, piuttosto che con la forza, imparano a trovare soluzioni e fare previsioni, a pensare e ad articolare le proprie idee. Tutto questo se i genitori non intervengono sempre come deus ex machina a risolvere la situazione imponendo la loro visione del mondo.

Bimbi giocano di fronte alla mia macchina fotografica – Dali, Provincia dello Yunnan, Cina

Oggi però, diciamocelo, quanto spesso capita che i bambini siano davvero liberi di giocare tra di loro, senza l’organizzazione e la costante supervisione di un adulto? Ricordo che da bambina scendevo per strada a giocare con altri amichetti del mio palazzo, ma oggi dubito che succeda ancora nella zona dove abitavo. I bambini di oggi (oltre a essere meno numerosi, in questo paese per vecchi) non si trovano al campetto o all’oratorio nel pomeriggio dopo aver fatto i compiti: sono troppo impegnati tra lezioni di danza, calcio, musica, Inglese… E se non sono impegnati in corsi vari, non ci si fida a lasciarli allontanare dal nostro controllo, per timore che possa succedere qualcosa di brutto – e li si lascia piuttosto in balia della televisione, con i suoi pericoli ben mascherati e inzuccherati…
Tra i molti interessanti articoli che Psychology Today propone sul tema del gioco, vale davvero la pena di leggere questo del professor Peter Gray, sulla necessità di ridare vita alle “neighborhood” per interrompere questo circolo vizioso: Pericolo Percepito → meno bambini giocano all’aperto → Pericolo Percepito ancora maggiore → sempre meno bambini all’aperto → etc…, fino a che il gioco nel vicinato non sparisce del tutto. Se ricostruiamo le vecchie abitudini di buon vicinato, forse i piccoli avranno una possibilità in più di tornare a giocare liberi e sicuri.

Quindi? Bisogna ritornare al passato – molto remoto? In realtà, per quanto piuttosto battagliera e talvolta quasi aggressiva nell’esporre le sue convinzioni (vedete in proposito gli articoli del suo blog), alla presentazione del suo studio al Simposio organizzato dall’Università di Notre Dame, la dottoressa Narvaez con l’aiuto di colleghi di varie discipline ha cercato piuttosto di sollevare il dibattito su come la società moderna possa rendere più agevole per i genitori adottare pratiche di cura dei neonati più simili a quelle dei nostri antenati: banche del latte materno, congedo parentale pagato (che negli Stati Uniti non credo proprio esista), nidi aziendali etc… Non viviamo più in una società di cacciatori-raccoglitori, né in tribù o famiglie allargate – spesso non abitiamo più neanche nella stessa città o regione dei nostri genitori e fratelli – ma è comunque possibile fare scelte diverse e più consapevoli. C’è chi decide di fare la mamma a tempo pieno e abitare in campagna, rinunciando a molto e guadagnando molto da altri punti di vista; chi vorrebbe ma proprio non può; chi invece non riuscirebbe mai a rinunciare alla propria vita nella società al di fuori della famiglia: per tutti è comunque possibile tenere in considerazione gli studi e le teorie qui proposte.

Ed io? Io sono fortunata abbastanza da avere un contratto di quelli che si usavano una volta, a tempo indeterminato con maternità pagata, in un’azienda ben disposta a fare contratti part time alle mamme (siamo già in tre). Ho mio padre che mi può dare una mano a portare fuori il cane, una suocera che lavora ma quando può è a disposizione ed un marito che quando è a casa fa la sua parte. Di mio, poi, sono molto per le coccole e le tenerezze, eppure…

Sono da poco tornata a lavorare, e la giornata mia e della mia bimba (quando, come in genere capita, mio marito è via per lavoro) si svolge più o meno così:
♦ sveglia alle sette, latte materno alla piccola, cambio pannolino e abiti;
♦ bimba nel seggiolone: beve un po’ di acqua, si ciuccia un biscotto e fa “guuuu” ai gatti mentre io faccio colazione;
♦ bimba per terra in camera mia: ride e si trascina (in genere verso le prese di corrente che per fortuna sono sicure) mentre io mi vesto;
♦ bimba nel passeggino: controllo di aver preso tutto (borsa chiavi soldi pappa da portare all’asilo bavaglino pulito cambio d’abiti nel caso si sporcasse giubbino e cappello nel caso venisse freddo etc…), le canticchio una canzoncina, prendo il cane e usciamo di casa;
♦ a piedi all’asilo nido, così il cane fa la sua bella passeggiata mattutina – quindici, venti minuti circa;
♦ lego il cane nel cortile del nido, porto la bimba dentro, parcheggio il passeggino nell’ingresso/spogliatoio, consegno piccola e roba varia alle maestre, esco, prendo la bicicletta che lascio apposta nel cortile dell’asilo, recupero il cane, torno verso casa in bicicletta per una strada diversa così Asako annusa cose nuove (e si tiene in forma);
♦ lascio il cane a casa, risalgo in bici e vado al lavoro;
♦ entro in ufficio alle nove, esco all’una: bici, nido, recupero la bimba e mollo la bici;
♦ passeggiata un poco più veloce verso casa, lungo percorso studiato a tavolino per risparmiare strada e tempo;
♦ due meno un quarto circa: bimba nel lettino che ha sonno, io mi cucino qualcosa che ho fame;
♦ finito di mangiare ho un poco di tempo per me: più la mia bimba ha sonno, più io ho tempo – per leggere, navigare (ma anche sistemare la lavastoviglie, fare il bucato, stirare);
♦ bimba si sveglia – tra le tre e mezza e le quattro in genere: cambio il pannolino, mordicchio il pancino, ci strusciamo e coccoliamo un po’, ma se son già le quattro lei ha fame e allora…
♦ bimba sul seggiolone: yoghurt per merenda. Hai ancora fame? Toh un biscottino che è così divertente mangiare da sole. No, non piangere, riprendo subito il cucchiaio. Frutta? Va bene, ecco un po’ di frutta grattugiata;
♦ sento un odore… meglio controllare di nuovo il pannolino: oh mamma, complimenti!
♦ bimba nel passeggino: usciamo un’oretta va’, che c’è una bella giornata e quel povero cane è in casa da otto ore o giù di lì;
♦ verso le sei e mezza un sonnellino veloce, sennò poi la piccola mi crolla sul piatto: le leggo qualche storia per farla addormentare;
♦ preparo la cena, sveglio la bimba, nutro la bimba;
♦ bimba fa “gugu” nel seggiolone mentre mi cucino veloce qualcosa canticchiando canzoncine;
♦ cena intervallata da intrattenimento per la piccina che comincia a crollare dal sonno;
♦ bagnetto ben caldo e massaggino;
♦ nel lettino, a nanna!
♦ ore ventuno circa: se sono già riuscita a cenare sono libera. E la cucina e il resto della casa sono un campo di battaglia.

In tutto questo: tempo passato tra le braccia della mamma in una giornata infrasettimanale? Un’ora? Due? Tutto il resto per terra, nel lettino, nel passeggino, nel seggiolone…
Temo proprio che la dottoressa Narvaez e i miei antenati cacciatori-raccoglitori disapproverebbero.

Author: admin

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