Il ruggito della mamma tigre

L’Internazionale della settimana scorsa (n.884 dell’11/17 febbraio 2011) ha dedicato la copertina ad un interessante articolo del Time, “Tiger Moms: Is Tough Parenting Really the Answer?” di Annie Murphy Paul, e proprio in un periodo in cui sto leggendo vari libri sull’essere genitori nel tentativo di cercare di capire come diventare un genitore migliore, più equilibrato e stabile di quello che temo potrei essere. In breve, cerco una via per fare meno danni possibili…


“IL RUGGITO DELLA MAMMA TIGRE”

Niente tv e tanto studio. Educare i figli pretendendo sempre il meglio da loro. È la ricetta di una madre di origini cinesi che sta dividendo l’America.

Amy Chua è professoressa di legge a Yale, e ha sollevato un vero vespaio negli Stati Uniti con la pubblicazione del suo libro di memorie (non un manuale per genitori, ripete nelle interviste) “Battle Hymn of the Tiger Mother” in cui racconta di come ha utilizzato con le sue due figlie Sophia e Lulu, che hanno oggi diciotto e quindici anni, i tradizionali metodi educativi cinesi – imporre di studiare, studiare e studiare senza distrazioni, pretendere sempre il massimo dai figli e non lesinare punizioni anche severe.

Non ho ancora letto il libro della Tiger Mom Chua, e neanche sono così sicura di volerlo acquistare, per cui mi limito a raccontare quanto ho appreso dall’articolo del Time e da altri ad esso collegati. La professoressa Chua sembrerebbe rivendicare la superiorità del metodo tradizionale cinese, inflessibile e severo, che spinge i figli a dare il meglio di sè, rispetto a quello occidentale, mollaccione e permissivo, che permette ai ragazzi di sprecare troppo tempo di fronte a TV e computer e insegna loro ad arrendersi alle prime difficoltà. Gli episodi riportati negli articoli sembrano aver scatenato reazioni molto violente nel pubblico americano – pare che qualcuno sia persino arrivato a mandarle minacce di morte, altri hanno chiesto a gran voce che venisse arrestata per maltrattamento di minori. Il primo episodio è quello dell'”Asinello Bianco”, un brano musicale che la Mamma Tigre ha costretto la figlia più piccola – che al tempo aveva sette anni – a ripassare incessantemente, senza pause neanche per andare al bagno e saltando persino la cena, fino a che non è riuscita a suonarlo senza commettere errori. E poi l’aver chiamato la figlia Sophia “spazzatura” – come suo padre era solito chiamare lei stessa quando mancava di rispetto. Infine, il biglietto di auguri che la piccola Lulu aveva disegnato per lei. “Non lo voglio”, le disse la mamma, ritenendo che non avesse messo grande impegno per produrre quel disegnino di uno smiley, “mi merito di meglio”.

Beh, esagerata è in effetti esagerata, ma c’è da dire una cosa: l’alternativa educativa che da anni ormai è al massimo della popolarità in America è l’esatto opposto, è un continuo entusiastico “good job!” e fare complimenti per ogni cosa, come se uno scarabocchio su un foglio fosse un Picasso. Ora, non c’è davvero nulla di male ad incoraggiare i propri figli, credo, ma sono anche convinta che farli crescere credendo di essere bravissimi a fare tutto, anche quando non ci mettono un minimo di impegno, e che ogni piccola cosa che fanno sia degna di lode ed attenzione fa in realtà più male che bene.

A Nation of Wimps, di Hara Estroff Marano

La cosa che ho trovato più interessante nell’articolo del Time sono peraltro proprio le parti in cui, lasciati per un attimo da parte i suoi eccessi e l’indignazione dei suoi detrattori, si fa menzione del fatto che sorprendentemente ci sono punti dello stile educativo della Mamma Tigre che sono supportati da ricerche in psicologia e scienze cognitive. Ad esempio, Chua afferma che i genitori americani si danno troppo da fare per tenere al sicuro i loro piccoli da ogni forma di difficoltà o dolore, mentre i genitori cinesi partono dal presupposto che i figli sono forti, non deboli, e si comportano di conseguenza. In un libro del 2008, “A Nation of Wimps”, la scrittrice Hara Estroff Marano afferma che i bambini che non hanno mai dovuto mettere veramente alla prova le proprie abilità o non hanno mai conosciuto il falimento, crescendo diventano giovani adulti emotivamente fragili e più soggetti a depressione ed ansia. In questo articolo (in Inglese) che porta lo stesso titolo, Marano sottolinea che eliminare le difficoltà, le delusioni e anche il gioco dal processo di sviluppo – soprattutto quando al tempo stesso si aumenta la pressione verso il successo – è un errore enorme. Con poche sfide da affrontare da soli, sempre seguiti e tenuti al sicuro da genitori invasivi e iperprotettivi, i bambini non riescono a formare un loro modo di adattarsi alle normali vicissitudini della vita. Questo non solo li rende avversi a rischiare, fragili e nervosi, ma non gli permette neanche di imparare la perseveranza, che non è solo un valore morale ma una dote indispensabile per affrontare la vita. L’estremizzazione di questa tendenza pedagogica sono i cosiddetti “genitori elicottero”, definizione originata dal libro del 1990 di Foster W. Cline e Jim Fay “Parenting with Love and Logic: Teaching Children Responsibility”, in cui vengono definiti “elicotteri” i genitori che “fluttuano” costantemente attorno ai figli pronti ad intervenire alla minima difficoltà eliminando ogni ostacolo. Questi “chopper” crescono i figli come in una serra ipercontrollata e iperprotetta e mantengono questo controllo anche quando i ragazzi vanno ormai al college – e hanno però il cellulare con cui chiamare mamma e papà più volte al giorno, e ogni volta che devono prendere una decisione. Non c’è nulla di male, direte voi, ma in realtà pare proprio che questo eterno cordone ombelicale causi moltissimi danni: il continuo accesso ai genitori infantilizza i ragazzi, li mantiene in uno stato di dipendenza e non gli permette di imparare a fare da soli. Se la Mamma Tigre si aspetta sempre il massimo dai propri figli e non è disposta a tollerare voti inferiori alla A, la Mamma Elicottero è pronta anche a barare per far prendere buoni voti ai figli ed è forse più probabile che in caso di una insufficienza se la prenda più con l’insegnante che con il prezioso pargolo.

Un altro punto a favore dell’educazione secondo Chua è il sottolineare l’importanza del duro lavoro e dell’impegno rispetto al talento. Nel loro sforzo perenne di far sentire apprezzati i loro figli, gli Americani, secondo Chua (e in questo, l’ho già detto, io concordo) elargiscono lodi senza freno, definendoli sempre “in gamba”, “dotati” e “talentuosi” – anche quando proprio non lo sono. Anche qui, pare, Chua non sbaglia. Una ricerca della psicologa Carol Dweck ha mostrato come il modo in cui i genitori lodano i figli influisce non solo sulle loro prestazioni ma anche su come vedono se stessi. Negli esperimenti condotti da Dweck, a centinaia di studenti sono stati proposti dei test di intelligenza piuttosto difficili. Al termine, alcuni sono stati lodati per le loro capacità (“devi essere molto intelligente”), altri per il loro impegno (“ti devi essere dato molto da fare”): la maggior parte dei primi era poi più incline a rinunciare ad altre prove impegnative da cui potevano imparare qualcosa, mentre quasi tutti i secondi erano pronti a misurarsi con una nuova sfida. A tal proposito, poi, vale la pena di leggere un paio di articoli scritti sul blog di Bilingue per Gioco (“Considerazioni sulla lode” e “Pro e contro della lode”), e libri come “Amarli senza se e senza ma” (tit. originale “Unconditional Parenting”) o “Punished by Rewards” (non credo esista una traduzione italiana) di Alfie Kohn, che davvero danno molti spunti su cui riflettere – e di cui parlerò più estesamente in post futuri.

Immagine dalla recensione del libro “Battle Hymn of the Tiger Mother” pubblicata dal New Yorker online

Perché il libro di Chua ha scatenato reazioni così forti? Come fa notare Elizabeth Kolbert nella sua recensione sul New Yorker, difficilmente ci sarebbe stata una reazione simile se gli stessi racconti fossero stati scritti da una ipermamma austiaca o ungherese. Il fatto è che nella descrizione di genitori “perdenti” nei confronti del modello educativo cinese, l’America teme di vedere se stessa come nazione battuta dall’inesorabile avanzare della nuova potenza economica cinese. L’economia americana zoppica, il valore degli immobili è crollato, la disoccupazione è alta, e nel frattempo la Cina ha una crescita superiore al dieci per cento annuo e vanta un surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti di oltre 252 miliardi di dollari. Non è solo l’economia, però, ad avere perso posizioni: i risultati degli ultimi test del Program for International Student Assessment (PISA) classificano gli Stati Uniti al 17° posto per la lettura, al 23° per le scienze, al 31° per la matematica. Gli studenti di Shanghai hanno partecipato per la prima volta al test, e hanno subito conquistato il primo posto in tutte e tre le categorie. Ora, si potrebbe far notare che gli studenti di una città ricca e moderna come Shanghai non possono essere considerati rappresentativi dell’intero paese, ma questo non cambia molto l’impatto emotivo dei risultati. Molto semplicemente, gli studenti cinesi studiano di più, con maggior concentrazione e impegno – e magari sono spronati ad eccellere da mamme tigri. (Per la cronaca, l’Italia si è classificata al 29° posto per la lettura e al 35° per la matematica e le scienze. C’è davvero poco da stare allegri…)
Anche la recensione del New Yorker – peraltro tutt’altro che tenera nei confronti del libro – non glissa sulle note dolenti dello scarso livello dell’educazione primaria e secondaria americana. L’ossessione per l’autostima dei ragazzi crea un sistema assurdo in cui non solo i genitori ma anche gli insegnanti evitano critiche troppo dirette o giudizi troppo severi, e il “gonfiare” i voti è diventata ormai la risposta del sistema educativo all’ansia dei genitori: voti alti per compiti mediocri, e tutti sono contenti… Di nuovo, va bene incoraggiare, ma se un ragazzo continua a fare un totale disastro nei compiti in classe non è forse il caso di tralasciare gli incoraggiamenti per un attimo ed intervenire in qualche maniera? Dopo una generazione di incoraggiamenti continui, scrive la Kolbert, i ragazzi americani sembrano battere i loro coetanei di altre nazioni in un’unica cosa: l’autostima. I ricercatori della Brookings Institution hanno comparato l’autovalutazione del proprio livello in matematica di gruppi di studenti con i loro risultati in test standardizzati. All’incirca il quaranta per cento degli studenti americani concordava “molto” con l’affermazione “in genere vado bene in matematica”, ma solo il sette per cento aveva ottenuto risultati sufficientemente buoni per raggiungere il livello avanzato. Tra gli studenti di Singapore, invece, il diciotto per cento aveva detto di andare bene in matematica, ma ben il quarantaquattro per cento aveva in realtà raggiunto il livello avanzato. Persino i meno sicuri di sé tra gli studenti di Singapore in media avevano superato i punteggi dei più sicuri di sé tra gli studenti americani.

Tornando al libro della Mamma Tigre, che come era prevedibile è schizzato in testa alle classifiche dei best seller in America, una delle cose che più colpisce, suscitando rabbia ma a volte anche ammirazione nei lettori, è la sicurezza di Chua, il suo non dubitare neanche per un attimo di aver fatto le scelte giuste. Nelle interviste spesso ripete che potesse ricominciare tutto da capo farebbe sostanzialmente le stesse cose, con qualche piccolo aggiustamento.

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Chua racconta di essere stata lei stessa cresciuta con severità – e tanto amore – da genitori immigrati che hanno sempre preteso il massimo da lei, facendole però sentire che credevano in lei e che erano convinti potesse eccellere. Un episodio della sua infanzia narrato nel libro è di quando invitò il padre alla consegna dei premi scolastici, dove lei ottenne “solo” il secondo posto. Il padre la sgridò severamente: “Non osare mai più disonorarmi in questo modo!”. Quando lo racconta ora, Chua Mamma Tigre dice di aver sentito nelle parole del padre solo un deciso “so che puoi fare di meglio, credo in te”, ma è difficile dubitare che la Chua ragazzina sia in realtà stata ferita profondamente – chi non lo sarebbe? “Genitori come Amy Chua sono la ragione per cui Americani di origine Asiatica come me vanno dall’analista”, scrive nel suo blog Betty Ming Liu, insegnante di giornalismo alla New York University.

Il mondo là fuori è duro e competitivo, insiste Chua, ed è dovere di un buon genitore assicurarsi che i figli arrivino preparati al meglio per affrontare il futuro. Quindi niente pomeriggi a giocare da amici, niente televisione e videogiochi, niente pigiama party, ma neanche la libertà di scegliere da sole le materie extracurriculari. I risultati ottenuti da Chua con le due figlie sembrano in realtà ottimi: le ragazze sono ottime studentesse, appaiono sicure di sé e dimostrano grande capacità di impegnarsi al massimo in tutto quello che fanno. La più piccola delle due, Lulu, all’età di tredici anni è anche riuscita ad affrontare e battere la sua Mamma Tigre, ottenendo di poter abbandonare il violino per coltivare la sua passione per il tennis. Neanche a dirlo, è l’unica studentessa delle prime classi ad essere entrata nella squadra migliore della scuola…

Author: admin

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