La scelta del nome – parte prima

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Scegliere un nome è più complicato – e importante – di quel che sembra. Pensateci un attimo: chi direste essere il più bravo a scuola tra un Cesare e un Mattia? Non è forse innegabile che Cesare “suoni” più serio, affidabile, studioso? Ovviamente non è detto che lo sia, ma pare che questa influenza occulta del nome che portiamo su chi incontriamo sia in effetti molto più forte di quanto crediamo, e modifichi in maniera più o meno percettibile l’atteggiamento degli altri nei nostri confronti.

“Il modo in cui ci chiamiamo è un simbolo, uno specchio – spiega lo psichiatra Alessandro Meluzzi – e rappresenta il nostro biglietto di presentazione di fronte al resto del mondo. Il suono che ha e il significato che rievoca influiscono direttamente sul comportamento degli altri nei nostri confronti, e questo ha effetti a sua volta sui nostri circuiti neuroendocrini: a seconda dei casi viene favorita la produzione di ossitocina, dopamina o endorfine. Possiamo insomma dire che il nome che ci viene dato influisce sul nostro sviluppo”.[tratto dall’articolo di Sara Fiocelli su Repubblica.it]

Incuriosita dall’articolo di Repubblica, ho provato a cercare online se mi riusciva di trovare lo studio del professor David Figlio della Northwestern University dell’Illinois da cui prendeva spunto. Non l’ho trovato, ma in compenso ho recuperato altri interessanti articoli (in Inglese) che citavano il suo ed altri studi simili e ho scoperto che gli effetti di un nome non si limiterebbero a questa sorta di “percezione anticipata” delle caratteristiche di chi lo porta. Secondo uno studio inglese, ad esempio, i nomi hanno un innegabile impatto anche sulla personalità delle persone che li portano. Nel mondo anglosassone esistono nomi neutri che vengono utilizzati sia per maschi che per femmine (ad esempio Ashley o Robin): i ragazzi con questi nomi poco mascolini risulterebbero essere notevolmente più problematici a scuola dei loro coetanei, soprattutto se nella stessa classe c’è una ragazza con lo stesso nome. Per quanto riguarda le ragazze, invece, lo studio del Dott. David Figlio della Northwest University dell’Illinois afferma che le ragazze con nomi più femminili (come Anna, Emma, Elisabeth) statisticamente si tengono alla larga da materie tradizionalmente più maschili come fisica e matematica molto più delle coetanee che hanno nomi percepiti come meno femminili (come Ashley o Alexis).

Un altro studioso americano, Albert Mehrabian, professore di psicologia alla UCLA, ha condotto un ampio studio sulle reazioni delle persone ai nomi propri e ha compilato una “Baby Name Report Card” compilata in base ad una serie di percezioni legate ai nomi: maschile/femminile, di successo, popolare/divertente, etico/premuroso, attrattiva complessiva. Nell’esempio di capitolo che ho trovato online, il professor Mehrabian analizza con questi parametri i nomi maschili Chad e Bud:

Etico / premuroso Popolare / divertente Di successo Maschile / femminile Attrattiva complessiva
Chad 61 99 96 96 98
Bud 5 44 0 93 2

Diciamo pure che secondo il professor Mehrabian il nostro Chad parte decisamente con una marcia in più. Entrambi i nomi sono percepiti come molto maschili, ma mentre Chad da un’impressione estremamente positiva per quanto riguarda i parametri di successo e divertimento/popolarità, al nome Bud vengono attribuite impressioni estremamente negative in merito al successo e all’etica. Pertanto, Bud suona come una persona molto mascolina che è poco affidabile o premurosa ed un totale fallimento, mentre Chad si adatta ad un uomo estremamente popolare, sicura di sè, macho e di successo.

Le impressioni riportate nello studio sono frutto di un esteso lavoro di sondaggio. A persone diverse per età, educazione etc… è stato chiesto di immaginare che stavano per incontrare per la prima volta qualcuno di cui non sapevano assolutamente nulla se non il nome ed il sesso. Gli intervistati avevano una lista di parametri con cui descrivere le caratteristiche della persona che avrebbero di lì a poco incontrato. Vi sembra un approccio discutibile? Eppure in una serie di interviste, su 3000 insegnanti Inglesi oltre la metà hanno ammesso di immaginarsi come sarebbero stati i nuovi allievi dopo aver dato uno sguardo ai nomi sui registri – e circa un terzo concordava sui nomi dei ragazzi che venivano indicati come “potenziali problemi”.

Ovviamente lo stesso professor Mehrabian sottolinea che non intende affermare che un nome che suscita un’impressione di successo sia poi in effetti garanzia di successo. Il suo punto è piuttosto che un nome azzeccato può dare un piccolo vantaggio, un po’ di statistica a favore, mentre un nome sbagliato può essere un handicap perenne. A suo dire, esistono altri studi a supportare questa teoria, studi che dimostrano che ragazzi con nomi più attraenti risultano essere più popolari tra i loro coetanei; che tra fotografie di donne attraenti quelle associate a nomi altrettanto attraenti vengono considerate più belle; che nomi meno comuni o dal suono considerato poco piacevole vanno di pari passo con inferiori successi accademici o lavorativi.

Bisogna però tener conto che tutti gli studi che ho trovato sono stati effettuati in paesi di lingua Inglese, dove c’è un’abitudine piuttosto consolidata di creare nomi nuovi ed unici (pensate a Shaquille O’Neal, o Beyoncé), o di utilizzare ortografia inusuale per nomi più tradizionali (as esempio Isabella – Izabella, Isabellah, Izabellah). Questa abitudine, peraltro, porterebbe ad ulteriori conseguenze: secondo un altro studio del Dott. Figlio, (citato in questo articolo che in parte traduco qui di seguito) la maggiore diffusione nella comunità Afroamericana di nomi inusuali (o scritti in maniera inusuale) che vengono immediatamente associati con un livello sociale e culturale basso, è in parte responsabile per il minore rendimento scolastico dei ragazzi di colore. Analizzando le informazioni relative a 55.046 bambini da 24.298 famiglie con due o più figlistudenti nello stesso distretto scolastico della Florida tra il 1994 e il 2001, il professor Figlio ha comparato i risultati in Matematica e Lettura di coppie di fratelli e ha notato una differenza di trattamento da parte degli insegnanti nei confronti del fratello che portava un nome percepito come “di basso livello sociale”. Secondo il dott. Figlio, un ragazzo di nome Damarcus, per esempio, aveva il due per cento di probabilità in meno rispetto al fratello Dwayne di essere preso in considerazione per un programma educativo avanzato, persino con risultati identici nei test. “Quando uno vede un certo nome, come David o Catherine, lo interiorizza in maniera diversa rispetto ad un nome come LaQuisha” afferma Figlio, “e potrebbe succedere che un insegnante inizi a fare supposizioni riguardo ai genitori di uno studente, al loro livello di educazione e al loro impegno nei confronti dell’educazione del figlio basandosi sui nomi che hanno dato ai loro figli”. Quindi, questi studenti si troverebbero a ricevere meno attenzione e ad essere meno seguiti in classe perché gli insegnanti si aspettano meno da ragazzi i cui nomi li inducono a pensare che i genitori abbiano un livello sociale e culturale inferiore, e queste minori aspettative sono in effetti la causa stessa del loro realizzarsi.

E in Italia? Che cosa vi verrebbe automatico pensare dei genitori di un bimbo di nome Maicol o Gionatan? O di una bimba di nome Chanel? E se il nome della bimba fosse scritto Schanel?
E se doveste azzardare un’ipotesi, chi pensereste essere figlia di genitori laureati: Ludovica o Luana?

Author: admin

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